Regionali in Puglia: Verso l’affluenza più bassa di sempre. Un’astensione che inghiotte la politica

In Punta di Penna – L’editoriale di Alessandro Nardelli, Direttore di In Puglia 24. Affluenza in caduta libera e fiducia pubblica erosa da scandali, disillusione e distanza politica: così la Puglia rischia di consegnarsi alla partecipazione più bassa della sua storia democratica

C’è un dato che più di tutti racconta lo stato di salute della nostra democrazia regionale: la partecipazione al voto. E in Puglia, questa partecipazione sembra essere scivolata lentamente, inesorabilmente, verso un punto di non ritorno. Nel 1970 votava l’88,71% degli aventi diritto. Nel 1975 addirittura l’89,40%.

Oggi, mezzo secolo dopo, fatichiamo a superare il 50%, in calo rispetto alle ultime elezioni regionali, quando la percentuale dei votanti è stata del 56,43 %.

Abbiamo dimezzato l’affluenza in cinquant’anni: un dato che non è un numero, ma un sintomo. E come ogni sintomo, merita di essere analizzato senza ipocrisie.

La prima risposta, la più facile, è sempre la stessa: la colpa è della politica. Ed è vero. La politica ha smarrito da tempo la sua capacità di scaldare, appassionare, convincere. Ha scelto la strada delle promesse vuote, degli slogan usa-e-getta, delle frasi ad effetto che ingannano per un post ma non parlano alla vita reale delle persone. Quando i candidati appaiono intercambiabili, quando la distanza tra chi governa e chi vota diventa un abisso, l’elettore torna spettatore. E, sempre più spesso, spettatore disinteressato.

Bisogna anche afforntare una pigrizia civica strisciante, una resa che nasce dal sentirsi piccoli di fronte a un sistema percepito come distante e impermeabile. Un «tanto non cambia nulla» che diventa, anno dopo anno, una profezia che si autoavvera.

C’è poi un elemento profondamente pugliese, che emerge con sempre maggiore evidenza: il radicamento territoriale del voto. Alle amministrative si vota di più perché il candidato è il vicino di casa, il parente, la persona che si incontra al bar. È un voto di fiducia personale, diretta, quasi affettiva. Alle regionali no. Alle regionali i candidati non sempre si conoscono, non sempre si stimano, le liste non sono piene di volti locali, e il senso di appartenenza si affievolisce fino a spegnersi.

A tutto questo si sono aggiunti fatti di cronaca che non hanno aiutato. L’arresto di un candidato di Forza Italia, la lista degli “impresentabili”, le vicende che hanno sfiorato esponenti di altre liste, fino alla battuta infelice da parte di Antonio Decaro sugli «scappati di casa» che ha fatto discutere per giorni. Non si tratta di giudicare, ma di constatare che ogni episodio di questo tipo erode fiducia, e una fiducia già fragile si sgretola in un attimo.

Così si scoraggia quella fetta di elettorato che vive sul confine sottile tra il voto e il non voto. Bastano pochi granelli di sfiducia per far pendere la bilancia verso l’astensione. Ed è lì che attecchiscono convinzioni pericolose: «sono tutti uguali», «non cambia nulla», «votare non serve».

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un clima di rabbia diffusa, di disillusione profonda. Basta scorrere i commenti sotto i post che parlavano dei candidati presidenti: «Trovatevi un lavoro serio», «Fate schifo», «Andate via». Non critica politica, ma rigetto emotivo. Un rifiuto totale, indistinto, che non distingue responsabilità e non costruisce alternative. Un segnale d’allarme che non possiamo ignorare.

Demonizzare chi non vota è inutile, oltre che ipocrita. L’astensionismo non è una colpa individuale: è un malessere collettivo. È il sintomo di una distanza che non si è mai davvero provato a colmare. Serve ascolto, serve responsabilità, serve uno sforzo sincero per ricucire un patto civico che negli anni si è lacerato.

L’astensionismo non si combatte con i moralismi, ma con la credibilità. Con la coerenza. Con la presenza. Con la politica vera, che non ha bisogno di slogan perché ha i fatti dalla sua parte.

Se vogliamo invertire la rotta, questo è il momento per smettere di puntare il dito e cominciare a guardarci allo specchio. Perché la democrazia non è un automatismo. È un impegno. E quando metà della popolazione smette di partecipare, il problema non è degli elettori: è di tutti.

- Advertisement -spot_img

Ultime Notizie

NOTIZIE CORRELATE