Il provvedimento dopo la morte di un operaio e la perdita di gas. I commissari denunciano una gestione predatoria e gravi carenze manutentive, mentre la crisi industriale e giudiziaria si aggrava
La crisi dell’ex Ilva si muove su più piani, giudiziari e industriali, che in queste ore si intrecciano in modo sempre più evidente. Alla richiesta di risarcimento da 7 miliardi di euro avanzata dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia contro ArcelorMittal si affianca infatti il sequestro senza facoltà d’uso di un’area dello stabilimento di Taranto, disposto dalla magistratura nell’ambito dell’inchiesta sulla morte dell’operaio Claudio Salamida.
Sul fronte penale, la Procura ha sequestrato il convertitore 3 dell’acciaieria 2, teatro dell’incidente in cui Salamida ha perso la vita precipitando da un piano dell’impianto mentre svolgeva operazioni di lavoro. Al centro dell’inchiesta vi è anche una perdita di gas verificatasi nell’area, elemento ritenuto rilevante ai fini dell’accertamento delle condizioni di sicurezza e delle procedure operative adottate al momento dell’incidente. L’area è stata posta sotto sigilli per consentire accertamenti approfonditi sulle condizioni di sicurezza, sullo stato manutentivo delle strutture, sull’eventuale utilizzo di pedane provvisorie e sul rispetto delle procedure operative. L’attività produttiva prosegue invece nelle altre sezioni dell’impianto non interessate dal provvedimento.
Parallelamente, davanti al Tribunale di Milano, i commissari straordinari dell’ex Ilva hanno presentato una richiesta di risarcimento da 7 miliardi di euro nei confronti di ArcelorMittal, accusata di una gestione gravemente dannosa degli impianti e del business siderurgico. Secondo la documentazione depositata, il dissesto di Acciaierie d’Italia non sarebbe riconducibile a errori episodici o a un peggioramento congiunturale del mercato, ma a una strategia intenzionale e protratta nel tempo, finalizzata al trasferimento sistematico e unilaterale di risorse finanziarie a favore della casa madre.
Dalle risultanze della due diligence forense emerge un quadro definito unitario e continuativo, descritto come un disegno predatorio con conseguenze rilevanti sul piano industriale, occupazionale, ambientale e finanziario. Nel mirino non solo il mancato rilancio produttivo e l’assenza degli investimenti promessi, ma anche l’esistenza di una governance parallela all’interno di Acciaierie d’Italia che avrebbe di fatto bypassato il consiglio di amministrazione, compromettendo l’autonomia della società e determinando una condizione di insolvenza prospettica già nel 2021.
Sul piano operativo vengono contestate gravi carenze manutentive e danneggiamenti agli impianti, con effetti diretti sulla capacità produttiva degli stabilimenti. Da qui una ulteriore richiesta di risarcimento pari a 947,4 milioni di euro per il deterioramento del patrimonio industriale. Sono inoltre emerse criticità nella dichiarazione dei livelli produttivi ai fini del rilascio dei certificati sulle emissioni di CO₂, circostanza che ha portato alla presentazione di un esposto per una possibile ipotesi di truffa aggravata.
Il contenzioso si inserisce in una fase particolarmente delicata: ArcelorMittal ha avviato un arbitrato internazionale contro lo Stato italiano contestando la legittimità del commissariamento e dei sequestri, mentre proseguono le trattative per la cessione della società a nuovi soggetti industriali. Il ministro per il made in Italy Alfonso Urso ha definito quella avanzata dai commissari una delle richieste di risarcimento più elevate mai presentate, auspicando una rapida conclusione dell’iter di vendita a soggetti realmente intenzionati a investire nel rilancio del sito.
Alla crisi industriale e finanziaria si sovrappone il dramma della sicurezza sul lavoro. La morte di Claudio Salamida ha riacceso rabbia e dolore a Taranto, portando allo sciopero immediato in tutti gli impianti dell’ex Ilva e a una nuova richiesta, da parte di sindacati e istituzioni locali, di un intervento strutturale sulla sicurezza. In un contesto già segnato da anni di emergenze ambientali e industriali, il sequestro dell’area e l’azione risarcitoria rafforzano l’immagine di uno stabilimento sospeso tra produzione, giustizia e necessità di una profonda revisione del modello industriale.







