Mamma, li turchi!

Dalla parte della Streusa, pensieri e parole fuori dal coro. Rubrica femminista, libera e onesta – Articoli taglienti come un foglio di carta contro la nuova icona delle serie tv. Can Yaman attore amatissimo nel mondo e odiato in terra madre

di PAMELA PANCOSTA – Da tempo nel nostro Paese e nel mondo impazza la moda delle serie tv turche o dizi in lingua madre. Alla stregua delle telenovelas sudamericane degli anni ’80, questi nuovi prodotti televisivi imperversano su canali pubblici e privati, piattaforme streaming, social network.

La novità sta nel genere che va oltre il dramma romantico: spesso si tratta di thriller oppure di ambientazioni storiche molto ben strutturate, con parecchia azione e persino humor e horror. Produzioni di alta qualità che non fanno certo rimpiangere soap opera americane come il lunghissimo (e ormai noiosissimo) Beautiful, anche negli adattamenti di format internazionali ispirati a trame di romanzi di successo.

Un vero e proprio fenomeno culturale con un target di pubblico piuttosto ampio, che appassiona adulti e giovani e raccoglie un numero impressionante di fan in tutto il mondo. Esistono oggi migliaia di pagine social dedicate ad attrici e attori, fan club virtuali e reali che organizzano raduni e incontri con i beniamini del momento. I nuovi divi occupano ormai buona parte della programmazione dei talk italiani, spesso ospiti delle trasmissioni più popolari.

Can Yaman è uno di loro, anzi, è l’eletto. Di lui si parla giorno e notte in merito all’indubbio talento nella recitazione, agli amori (anche italiani) che infuocano il gossip di mezzo mondo, al culto quasi maniacale del corpo e pure a quella spiccata ironia per la quale è tanto amato ovunque.

O quasi.

Pare infatti che in terra natia il Can sia più che altro una spina nel fianco, un personaggio scomodo, una sorta di traditore della patria per aver più volte e con un certo calore declamato l’amore incondizionato per l’Italia. Avvocato internazionale prestato alla commedia, poliglotta, colto e ovviamente bellissimo, ha studiato al liceo italiano a Istanbul, ama la storia e la cultura italiane, non sbaglia un congiuntivo manco a pagarlo, vive da tempo a Roma e tifa per la squadra capitolina pur rimanendo fedele al suo adorato Beşiktaş, società calcistica che prende il nome da un distretto del comune metropolitano turco.

Negli ultimi giorni è balzato agli onori della cronaca per un presunto arresto in un locale di Istanbul, dato per certo dalla stampa turca, per detenzione e uso di sostanze stupefacenti e sfruttamento della prostituzione. L’attore sarebbe stato vittima di una soffiata, ma rilasciato in men che non si dica e rientrato in Italia in ventiquattr’ore, come testimoniano fotografie a sfondo Colosseo e tanto di comunicato affidato al profilo social. A sua difesa sostiene che si sia trattato di un caso montato ad hoc dai media turchi, con i quali non scorrerebbe buon sangue.

Possibile tanto livore proprio dai mezzi di comunicazione pubblica? Per quale motivo il nuovo Sandokan sarebbe così odiato nella sua terra d’origine?

Intervistato più volte, ha raccontato di numerosi screzi con i giornalisti e della pubblicazione di numerose notizie false a suo carico, come il fantomatico assoldo di comparse per donare più colore all’accoglienza al suo arrivo in Italia, l’attribuzione di legami torbidi e fedifraghi con diverse colleghe, addirittura l’eliminazione dai palinsesti tv delle serie che lo vedono protagonista.

Quale sia la colpa del Can (ormai) nazionale non è ancora chiaro, ma lo è un subdolo boicottaggio che ricorda vecchie e tristi pagine dello spettacolo internazionale.

A giudicare il presunto illecito se ne occuperà la giustizia, quella dei tribunali competenti, ma sembra che il novello pirata dovrà continuare a fare i conti con quella parte di detrattori che tenteranno ancora e ancora di offuscare l’ottomano scintillio.

Probabile non gli venga perdonata tanta virtù e la risposta così potente e passionale del pubblico che continua a far registrare picchi di share impressionanti durante la messa in onda delle sue serie, anche quelle meno recenti. Eppure è proprio grazie alle dizi come Erkenci Kuş, Bay Yanlış, Donulay che la produzione turca è diventata tanto famosa ed è apprezzata in ogni dove. Sbalorditiva la curiosità e l’attenzione agli usi e costumi di un Paese affascinante come la Turchia, stimolate dalla visione di piatti succulenti, sceneggiature fedelissime alla realtà della città bagnata dal Bosforo, mostrata tra l’altro in tutto il suo magnifico splendore. Leccornie come il börek, le kofte, il baklava, piuttosto che la preparazione del çay (tè turco) o del caffè e ancora i riti propiziatori di fortuna mimati durante le scene di vita quotidiana, sono ormai d’appannaggio comune e spesso imitati o riproposti altrove. Negli ultimi anni sono state registrate impennate negli ingressi di turisti, con oltre cinquanta milioni di visitatori lo scorso anno. Allora perché non fare del Can un’icona del Paese, una trasposizione femminile in salsa di yogurt della più famosa Marianna francese?

L’invidia per il successo “yamanino”, che in parecchi intendevano e vorrebbero ancora limitare ai confini turchi, e quel campanilismo becero di una parte dei suoi compaesani bigotti che continuano a remargli contro, dovrebbero lasciare spazio alla riconoscenza e alla stima per questa nuova divinità del piccolo (ma solo per ora) schermo, capace ancora di far sognare.

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