Boom di arresti per reati tributari: nel 2024 in Italia 426 persone finite in manette, +30% sul 2023, con Calabria, Campania e Puglia ai primi posti per evasione fiscale
Gen. B. G. di F. Dr. LUIGI DEL VECCHIO, scrittore – «Quando incontro la Tributaria, mi si chiude la bocca dello stomaco». Così borbottava Totò, nel film I Tartassati, vestendo i panni del Cavaliere Pezzella, ricco commerciante di tessuti, rivolto ad Aldo Fabrizi che impersonava il Maresciallo Topponi della Tributaria intento ad eseguire un controllo fiscale al suo negozio.
Una parodia ben riuscita che opponeva il severo controllore delle tasse al disinvolto commerciante restio, invece, a pagarle. Una divertente visione scenografica su un tema, l’evasione fiscale, che continua a marcare la sua attualità con un trend negativo in crescita.
L’Italia, una delle nazioni che siede al tavolo del G7, il forum dei paesi più industrializzati del mondo, è purtroppo la prima in Europa per evasione fiscale in termini assoluti.
Ancora una volta, a pagare il prezzo di una cultura fiscale sicuramente non all’altezza nel resto del mondo sono le Regioni del Mezzogiorno: la Calabria al primo posto, seguita dalla Campania e dalla Puglia in una non certo virtuosa medaglia di bronzo.
A sottolineare questo triste primato è il report – emerso recentemente dalle stime della Corte dei Conti – sul numero di arresti per reati tributari in Italia nel 2024. Numeri significativi che delineano l’analisi di un tema complesso.
Ben 426 persone sono finite in manette nell’anno appena trascorso, con un aumento del 30% rispetto al 2023 e di circa il 40% rispetto al 2022. Un dato senza dubbio allarmante, il più elevato nell’ultimo quinquennio.
In aumento, nello stesso periodo, anche le denunce all’Autorità Giudiziaria per reati penali tributari – 16.412, in crescita del 12% rispetto al 2023 – e le violazioni accertate – 10.687, in crescita del 3% rispetto al 2023.
Le fattispecie di reato e di frode sono le più svariate. Dalla omessa o fraudolenta dichiarazione si passa all’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Dalle indebite compensazioni di crediti all’occultamento delle scritture contabili.
Insomma, non solo un popolo di poeti, santi e navigatori ma anche un popolo di fantasiosi e irriducibili evasori fiscali, nella maggior parte dei casi anche “totali“, ovvero soggetti completamente sconosciuti al fisco.
Naturalmente, lo Stato è arrivato a tali risultati in quanto ha intensificato i controlli della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, organismi oggi dotati di strumenti digitali e incroci di dati sempre più sofisticati.
Ma non solo: ha semplificato – come da tempo si attendeva – il corpo normativo in materia di giustizia tributaria, dotandolo di maggiore chiarezza.
La magistratura stessa ha mostrato un orientamento più severo disponendo con maggiore frequenza l’applicazione di misure cautelari nei riguardi di chi si è reso responsabile di frodi fiscali rilevanti.
Tuttavia, l’inequivocabile dato sull’incremento di arresti per reati fiscali dimostra che la volontà dei cittadini – eufemistico definirli contribuenti – di incorrere in responsabilità penali per reati fiscali continua ad essere concreta. Un fenomeno di rilevante impatto economico e sociale, una vera e propria sfida alle Istituzioni.
Ed è questo, a mio avviso, l’aspetto veramente preoccupante. Anche perché le categorie commerciali ed imprenditoriali ritenute “non affidabili“ dal fisco sono eterogenee e, perlopiù, riconducibili a quelle caratterizzate da frequenti transazioni in contanti.
Sulla base di ulteriori recenti statistiche, il 60% della popolazione non dichiara redditi o ne dichiara molto bassi, occultando la reale portata dei propri introiti. Il 24%, invece, versa le tasse appena sufficienti per pagare i servizi di base, mentre la restante percentuale si assume sulle spalle l’intero carico fiscale versando l’imposta che contribuisce, in modo sostanziale, al finanziamento dei servizi pubblici.
Ma ci sarebbe da chiedersi: quanti cittadini italiani sono consapevoli della funzione del tributo applicato dallo Stato? Quanti ne sono realmente interessati? Probabilmente non molti, vista l’analisi dei dati citati.
Ed allora? I tentativi di corruzione con cui il cavaliere Pezzella prova ad ammorbidire la rigidità dello zelante maresciallo Topponi ci fanno indubbiamente sorridere. Le battute dei due grandi attori comici, Totò e Fabrizi, rimandano ad un cinema italiano che, nel dopoguerra, era soprattutto leggero e spensierato.
La realtà è ben altra, soprattutto nel nostro Paese. Chi evade le tasse è un ladro, un individuo ambiguo che impedisce a noi tutti di vivere meglio e con più servizi.
Plaudo da sempre ad una maggiore severità dello Stato nell’applicazione delle leggi – non ultime quelle aventi valenza fiscale – e della certezza della pena qualunque sia il reato. Tuttavia, ancora oggi, abbiamo molto da imparare sui valori che la nostra Costituzione detta al fine di garantire un corretto regime fiscale ed una corretta imposizione.
Aldo Moro diceva che la conoscenza dei diritti e dei doveri è il fondamento per la costruzione di una vera democrazia e che lo Stato deve fornire ai giovani il nutrimento sano attraverso l’educazione.
Sono trascorsi poco meno di 70 anni da tali parole pronunciate quando il grande statista introdusse, da Ministro della Pubblica Istruzione, l’educazione civica nelle scuole.
Provo ammirazione e gratitudine nel ricordarle, ma anche imbarazzo e vergogna nel vedere la sua riflessione continuamente disattesa da comportamenti insani.
Stringiamo la mano alla legalità, dunque. Impariamo sul serio ad amarla, non con chiacchiere vane o propagandistiche. Nutriamoci di essa, in modo sano e produttivo. Non voltiamo lo sguardo. E insegniamolo ai giovani.








