Agromafie e cultura della legalità in Puglia: una sfida decisiva per il futuro del territorio

LO STATO DRITTO – Tra caporalato, infiltrazioni criminali e tutela della filiera agroalimentare, la Puglia rafforza gli strumenti di prevenzione e promuove un modello di sviluppo fondato su legalità, sostenibilità e inclusione sociale

di ENZO GRECO, Generale CC. già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Le agromafie rappresentano una minaccia significativa per il settore agroalimentare, con un impatto sociale, ambientale ed economico rilevante. L’ingerenza dei gruppi criminali genera un giro d’affari stimato a livello nazionale in oltre 25,2 miliardi di euro, con la Puglia tra le regioni più colpite a causa della sua importanza nel settore agroalimentare. Le organizzazioni criminali pugliesi dominanti, come la “Criminalità barese”, le “Mafie foggiane” e la Sacra Corona Unita, si infiltrano lungo l’intera filiera agroalimentare, dai campi agli allevamenti, fino alla distribuzione nei supermercati. I reati più comuni includono il caporalato, le frodi informatiche, le truffe e lo smaltimento illegale di rifiuti, con gravi conseguenze ambientali, come nel caso delle discariche illecite.

Non si tratta, comunque, di un fenomeno solo meridionale poiché le agromafie sfruttano l’intera filiera nazionale, ma in Puglia la prossimità tra produzione e criminalità organizzata radicata rende il rischio più acuto. L’infiltrazione mafiosa compromette la qualità dei prodotti agroalimentari e la salute pubblica, che possono avvenire sia attraverso le frodi nella filiera alimentare e sia con lo smaltimento illegale di rifiuti tossici.

In questo contesto, il caporalato rimane una piaga diffusa, con circa 200.000 lavoratori agricoli impiegati irregolarmente nel 2025, pari al 30% della forza lavoro agricola. Le lavoratrici, circa 55.000, sono spesso escluse dalle rilevazioni istituzionali, aggravando le condizioni di sfruttamento. I lavoratori, spesso migranti, guadagnano in media appena 6.000 euro annui, in condizioni di precarietà e senza tutele contrattuali o sanitarie.

Va anche detto che in Italia, circa 26.200 terreni confiscati alle mafie rimangono inutilizzati a causa di processi di sequestro lenti e inefficaci, con un danno economico stimato tra i 20 ed i 25 miliardi di euro. In Puglia, questi beni potrebbero essere destinati a progetti di agricoltura sociale, ma la gestione rimane ancora molto complessa.

Tra le iniziative intraprese in favore della legalità, emerge il protocollo siglato l’8 luglio 2025 a Bari, che coinvolge la Regione Puglia, l’ARPAL, l’INPS, l’INAIL, gli Ispettorati del lavoro, le Organizzazioni agricole e i Sindacati. L’intesa rientra in un quadro di politiche regionali per un’agricoltura competitiva, etica e rispettosa della dignità umana, con particolare attenzione alle lavoratrici e lavoratori migranti ed ha come obiettivi: l’analisi semestrale del mercato del lavoro agricolo tramite l’Osservatorio regionale; il rafforzamento dei Centri per l’Impiego per favorire l’incrocio legale tra domanda e offerta di lavoro; le campagne informative multilingue sui diritti contrattuali, sanitari e previdenziali dei lavoratori; la promozione della “Rete del lavoro agricolo di qualità” per valorizzare le aziende virtuose.

Il 18 luglio 2025, a Lecce, si è tenuto il convegno “L’economia leccese tra cultura della legalità e lotta alle infiltrazioni malavitose”, organizzato dalla Camera di Commercio di Lecce e dalla Fondazione Osservatorio Agromafie. L’evento ha messo in evidenza l’importanza di sensibilizzare tutti i soggetti portatori di interesse sulla legalità per contrastare le infiltrazioni criminali.

Anche a Brindisi, il 26 gennaio 2026, Regione Puglia, Istituzioni ed Enti locali hanno firmato un protocollo d’intesa per la prevenzione del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, che mira a rafforzare la tutela dei lavoratori più vulnerabili mediante una rete integrata di controlli e servizi. Altre iniziative come il progetto “Radicale” di Scuola Radicale promuovono l’imprenditorialità sociale e solidale, utilizzando beni confiscati in provincia di Brindisi (cooperative Libera Terra e Qualcosa di Diverso) per formare giovani in condizioni di vulnerabilità sulle tecniche agricole e per la gestione di cooperative sociali.

Appare opportuno citare che la Puglia è leader nazionale nel settore biologico, con il 44% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) dedicata a colture seminative e il 29% all’olivicoltura. L’Osservatorio Regionale per l’Agricoltura Biologica evidenzia un aumento delle superfici biologiche certificate (+2,4% al 31/12/2025), segno di un impegno verso un’agricoltura sostenibile che potrebbe contrastare le pratiche illecite.

Il protocollo regionale rappresenta un modello di cooperazione tra enti pubblici, sindacati e associazioni agricole, con un approccio integrato che include monitoraggio, formazione e sensibilizzazione.

Le campagne informative multilingue e il potenziamento dei Centri per l’Impiego mirano a prevenire lo sfruttamento, promuovendo un mercato del lavoro trasparente.

Progetti come “Radicale” dimostrano il potenziale dei beni confiscati per creare opportunità occupazionali e promuovere la legalità tra i giovani anche se in questo ambito, come anticipato, emergono criticità caratterizzate da processi lenti e da lungaggini burocratiche circa la gestione dei beni confiscati, che limitano di fatto il loro utilizzo per progetti sociali.

Il caporalato persistente, nonostante gli sforzi, rimane diffuso soprattutto tra i lavoratori migranti, a causa della difficoltà di monitorare le condizioni lavorative in un settore caratterizzato da alta stagionalità e risorse limitate. Il successo delle iniziative dipende dalla disponibilità di fondi e dalla capacità di coordinamento tra enti, che potrebbe essere compromessa da carenze organizzative.

In prospettiva, il protocollo regionale può diventare un modello replicabile in altre regioni, ma il suo impatto dipenderà dalla capacità di tradurre le intese in azioni concrete, come il potenziamento delle Banche Dati Territoriali per un controllo più incisivo del caporalato.

La Puglia può diventare un modello di agricoltura legale e sostenibile se si integrano meglio i controlli (Ispettorato Nazionale Lavoro, Forze di Polizia, Prefetture), gli incentivi alle imprese che adottano protocolli di legalità e blockchain per la tracciabilità, gli investimenti in formazione e occupazione regolare ed una decisa alleanza tra le istituzioni, i sindacati, le associazioni e le imprese. Investire in agricoltura biologica e sociale può rafforzare la competitività del settore pugliese, riducendo l’attrattiva per le infiltrazioni mafiose.

In conclusione, il contrasto alle agromafie rappresenta una sfida complessa per la Puglia, con impatti che vanno oltre l’economia e che toccano la salute pubblica, i diritti dei lavoratori e l’ambiente. Le valide iniziative assunte, come il protocollo regionale e i progetti di formazione, sono passi significativi verso la promozione della legalità ma richiedono un impegno continuo per superare le criticità burocratiche e quelle operative. Un’agricoltura pugliese più etica e sostenibile può essere un baluardo contro le infiltrazioni criminali, a patto che si investa in risorse, coordinamento e sensibilizzazione capillare. Senza un’azione sistemica, il divario tra l’eccellenza produttiva pugliese e le sacche di illegalità rischia di ampliarsi. I dati 2025-2026 mostrano segnali positivi di reazione anche se, a mio avviso, la questione si decide sulla continuità e sull’efficacia delle misure di prevenzione. La cultura della legalità non può essere solo repressione ma deve essere necessariamente sostenuta da uno sviluppo economico inclusivo e da un riscatto territoriale.

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