Ex Ilva, Taranto e la transizione che non arriva: tra risarcimenti record, proteste di piazza e fondi europei in bilico

In Punta di Penna – L’editoriale di Alessandro Nardelli, direttore di In Puglia 24. Tra risarcimenti record, proteste di piazza e fondi europei a rischio, Taranto resta sospesa tra un passato che non passa e una transizione che tarda ad arrivare

C’è una parola che a Taranto risuona da anni, come un monito e una condanna: attesa.
L’attesa di giustizia, l’attesa di una bonifica reale, l’attesa di un nuovo modello di sviluppo che non costringa più a scegliere tra la vita e il lavoro.

E oggi, mentre la Corte d’Appello di Lecce conferma un risarcimento da oltre 21 milioni di euro a favore del Comune da parte dell’erede dell’ingegner Riva – una cifra mai vista prima – quella stessa attesa torna a farsi ingombrante, quasi soffocante.

Perché quei milioni, che pure riconoscono un danno profondo e stratificato nel tempo, non cancellano l’immagine di una città ferita. Non risolvono l’emergenza ambientale che ancora colpisce la salute degli abitanti del rione Tamburi. Non ricuciono decenni di fiducia tradita.

E, soprattutto, non disegnano un futuro industriale che ancora oggi appare nebuloso, incerto, sospeso.

La sentenza parla chiaro: Fabio Arturo Riva e l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, dovranno risarcire un danno non patrimoniale che colpisce l’immagine, la reputazione e perfino l’identità storica di Taranto. Diciotto milioni di euro solo per questo. Il resto riguarda immobili, scuole, strade, materiali usurati dal veleno quotidiano dell’inquinamento.

Sono numeri che fanno rumore. Ma in città, da anni, a fare rumore sono soprattutto le voci dei cittadini. Lo si è visto ancora una volta nella manifestazione “L’ora di Taranto”, con migliaia di persone scese in strada non per una protesta rituale, ma per rivendicare una svolta vera.

«Il cambiamento non arriva da solo. Ce lo prendiamo insieme», dicono. Ed è impossibile non ascoltarli.

Perché Taranto è davvero «ferita, ma viva». E chi conosce questa città sa bene quanto le sue contraddizioni siano profonde, ma altrettanto potente sia la sua voglia di futuro.

E mentre le strade si riempiono di striscioni, nelle stanze dei ministeri si depositano ricorsi che raccontano un’altra verità: quella dei quartieri che continuano a respirare polveri e paure.

Alcuni residenti dei Tamburi – gli stessi che ogni giorno vivono “l’emergenza ambientale e sanitaria dell’ex Ilva” – hanno presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro il rinnovo dell’AIA.

Le accuse sono pesanti: criticità nella valutazione del rischio sanitario, garanzie finanziarie insufficienti, violazioni del diritto europeo.

Una città intera chiede risposte. Ma da Roma arriva spesso soltanto l’eco di riunioni interlocutorie, di tavoli senza approdo, di promesse sospese. Così anche il sindacato USB parla di «vertenza nel limbo», con 18mila lavoratori appesi a decisioni che tardano ad arrivare. E la richiesta di nazionalizzazione torna ciclicamente sul tavolo, come soluzione estrema ma non più impensabile.

In questa cornice si inserisce una delle grandi scommesse europee: il Just Transition Fund.
795,6 milioni di euro destinati alla provincia di Taranto per comunità energetiche, idrogeno verde, formazione, imprese innovative: sulla carta, tutto ciò che Taranto aspetta da decenni.

Ma c’è un ostacolo enorme: il tempo.
Entro fine 2026 bisogna spendere il 70% delle risorse. Nel capoluogo ionico la macchina amministrativa fatica, rallenta, si inceppa. Riorganizzazioni, cambi di governo, complessità tecniche: la solita, vecchia storia italiana che rischia di frenare anche l’unica vera opportunità strutturale degli ultimi quarant’anni.

E così emerge l’unica domanda che davvero conta: Taranto avrà mai una soluzione alternativa al privato? Avrà strumenti straordinari per mettere in sicurezza i lavoratori e restituire dignità alle famiglie? Potrà conciliare salute e occupazione, senza che una condizioni – o peggio, sacrifichi – l’altra?

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