Ma che spettacolo, questo dolore!

Dalla parte della Streusa, pensieri e parole fuori dal coro. Rubrica femminista, libera e onesta – Dal caso Belen alla nostra quotidianità online: il confine sottile tra empatia, giudizio e bisogno di creare spettacolo dal malessere umano

di PAMELA PANCOSTA – Da quando il cellulare si è trasformato nella nostra personale finestra sul mondo si perpetua un comportamento perverso e comune, che induce a fagocitare gli affari altrui, masticare in modo convulso soprattutto le brutte avventure, le pene, i momenti bui.

In questa epoca di voyeurismo sfrenato tendiamo a provare un piacere quasi fisico nell’occuparci delle sfighe del vicino di casa come del vip di turno, senza ritegno, senza pudore. Parlo al plurale perché, in qualche modo, ci sono dentro anch’io.

L’ultima vittima in ordine di tempo è, di nuovo, Belen Rodriguez che sulla facilità di spiattellare via social ogni attimo della propria vita, figli compresi, ha costruito un impero, un fantastico castello di immagini patinate, pure piuttosto proficuo. Chi non è rimasto scioccato dai tanti reel che la ritraggono spenta, lenta, incapace di fare un passo dietro l’altro mantenendo la linea retta?

Belen bellissima e sensuale, con la voce suadente all’improvviso di un tono irriconoscibile, le parole mal articolate, lo sguardo perso, le palpebre in preda ad una sonnolenza innaturale e incontrollabile.

«È drogata.
È ubriaca.
È strafatta.
Come ha fatto a ridursi così?».
Tutte e nessuna.
«Dovevano interrompere l’intervista.
Chi segue questa donna?
Poveri figli.
Eppure ha tutto».
Tutto e niente.

C’è un limite che sarebbe opportuno non superare, quello della difficoltà oggettiva di una persona come essere umano, in carne ossa e sentimenti. Degli affari di Belen e di molti altri possiamo occuparcene pare, possiamo giudicare, puntare il dito contro e offendere, perché tanto è pubblicata su riviste di gossip come sui social.

Per tutta risposta lei ha sentito il dovere spiegare perché e per come delle sue angosce, di quella morsa di paura che l’attanaglia all’improvviso, la costringe ad assumere calmanti uno dietro l’altro come fossero succose ciliegie. Il terrore, gli attacchi di panico, la depressione che non l’ha fatta uscire di casa per mesi, che sta cercando di curare anche con la psicoterapia, come chiunque altro. Così ha detto e che sia la verità o una bugia, poco importa.

Ho avuto un moto di tenerezza per questa creatura in qualche modo indifesa, che ha pensato fosse indispensabile riferire il suo personalissimo disagio.

Il male di vivere non può essere una colpa, non ha bisogno di giustificazioni. Nel corso della nostra esistenza ci siamo trovati tutti nella circostanza di dover affrontare tormenti e frustrazioni, la perdita di qualcuno o di noi stessi. Eppure siamo tutti persuasi di poter esaminare a fondo la malattia dell’altro e dirne male, sostenere la stia esprimendo in modo superficiale o esagerato, che possa permetterselo oppure no. Sentiamo l’obbligo perverso di spettacolarizzare quella fase d’ombra che in quel momento appartiene ad altri. Ci eleviamo a giudici onnipotenti di fronte a un dolore che in fondo non conosciamo perché troppo personale, intimo, esclusivo.

Il malessere, il pianto e la disperazione non hanno classe, professione, popolarità, riguardano tutti e bisogna averne rispetto.

Bello sarebbe riuscire a fare un passo indietro, limitandoci al tentativo di comprendere o meglio andare oltre, saltare a piè pari ad altre storie, magari quelle di chi già assorbito dallo spirito natalizio, tra addobbi e rituali, lucine e biscotti realizza uno show luminoso e divertente, molto più sostenibile.

Così, per essere più buoni, che manca poco alle feste.

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